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Rapporto Gem, fare impresa in Italia non è una risposta alla crisi: chi ci prova già lavora

di Il Corriere Cultura - Redazione
04/07/2026
Rapporto Gem, fare impresa in Italia non è una risposta alla crisi: chi ci prova già lavora

Il recente Rapporto Gem Italia 2025-2026 restituisce l’immagine di un Paese che fa fatica a rinnovare il proprio tessuto produttivo. Fa quantomeno riflettere il fatto che la seconda manifattura d’Europa, nonché membro del G7, si collochi così in basso nelle classifiche internazionali, con una propensione all’autoimpiego e all’avvio di nuove attività di molto inferiore rispetto alle economie equivalenti.
Ma il dato più interessante che emerge dal report non riguarda solo il volume delle iniziative avviate, ma chi le promuove e, soprattutto, con quali motivazioni.

Più progetti per opportunità che per necessità
In Italia mettersi in proprio è sempre di meno una scelta obbligata e sempre di più una decisione di crescita personale. La maggior parte dei nuovi progetti commerciali, oltre l’80%, viene aperta per cogliere un’opportunità di mercato, mentre la spinta legata allo stato di necessità resta minoritaria.
In più, chi decide di fare il grande passo si muove da una condizione di stabilità. Il dato più significativo è infatti che la maggior parte dei nuovi titolari d’azienda, quasi l’85%, risulta già lavorativamente occupata nel momento in cui decide di investire su se stessa.
La popolazione indipendente italiana è quindi composta da persone che si trovano in una fase avanzata della propria carriera professionale. La nascita di una nuova attività è percepita più come un’evoluzione naturale che come un’alternativa alla disoccupazione.
Il profilo medio di chi avvia un’attività
Il quadro che emerge dal Rapporto Gem scardina l’immagine tradizionale del giovane neolaureato che si apre la sua start up, mostrando un profilo decisamente più articolato.
Dal punto di vista anagrafico, l’attitudine all’imprenditorialità è più debole tra i giovani e cresce progressivamente nelle fasce centrali, fino a raggiungere il picco tra i 45 e i 54 anni. È proprio in questa fascia che si concentra la quota più elevata di scelte dettate dal bisogno economico.
Sul piano dell’istruzione, il rapporto mostra un andamento non lineare. Lo spirito d’iniziativa cresce passando dai livelli di studio più bassi fino al diploma di scuola superiore, si riduce tra i laureati e torna ad aumentare tra chi possiede titoli post-universitari. Il risultato è che gli imprenditori italiani non appartengono alla cerchia dei dottori magistrali, ma risultano più presenti tra diplomati e profili con formazione avanzata.
Anche il reddito segue una logica simile. La maggior parte di chi si mette in proprio si colloca nelle fasce comprese tra 20.000 e 60.000 euro annui, mentre le classi di ricchezza più elevate risultano marginali.
Il divario di genere
Uno dei nodi più strutturali del rapporto riguarda la distanza tra uomini e donne nella creazione di nuove realtà produttive. Nel 2025 il tasso di attivazione maschile si attesta intorno al 13%, mentre quello femminile si ferma poco sopra l’8%.
La discrepanza non riguarda soltanto la nascita dell’attività, ma tende ad ampliarsi nella fase successiva, quando si passa dal debutto al consolidamento della struttura economica.
Il report collega questa differenza a tre elementi principali che caratterizzano la popolazione femminile:

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una minore percezione delle opportunità di mercato;
una maggiore paura del fallimento;
una fiducia mediamente più bassa nelle proprie capacità di gestione.

Le motivazioni economiche: reddito e scelta strategica
Le spinte che portano a fondare un’attività variano anche in base al reddito iniziale. Nella fascia più bassa, fino a 20.000 euro annui, opportunità e necessità tendono a equilibrarsi, con una lieve prevalenza della seconda. È nella fascia tra 20.000 e 40.000 euro che l’assenza di alternative lavorative risulta più evidente.
A partire dai 40.000 euro annui, invece, prevale progressivamente la componente legata all’opportunità. Questo andamento conferma che, all’aumentare della stabilità economica, l’investimento in proprio tende a essere una scelta strategica piuttosto che una risposta a una situazione di difficoltà.

Succ.
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