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I braccianti uccisi dopo una lite, non volevano stare in 10 in una stanza

di Il Corriere Cultura - Redazione
05/06/2026
I braccianti uccisi dopo una lite, non volevano stare in 10 in una stanza

Una lite all’alba per il sovraffollamento in cui erano costretti a vivere nell’appartamento di Villapiana. Dieci in una stanza. Ci sarebbe questo episodio all’origine della strage dei quattro braccianti, uccisi bruciati vivi in un minivan ad Amendolara. A far emergere la circostanza, che sarebbe frutto dalla testimonianza del superstite della strage, è l’ordinanza con cui il gip di Castrovillari ha convalidato il fermo disponendo la custodia in carcere dei 31enni pachistani Ahmed Safeer e Ali Raza, accusati dalla Procura di omicidio plurimo e pluriaggravato.

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 La lite avrebbe coinvolto una delle vittime, contrapposto al fratello di Ali e a Safeer che è stato quello ad avere la peggio, riportando una tumefazione allo zigomo destro, evidenziata dagli stessi difensori degli indagati nel corso dell’udienza preliminare. Uno scontro che, addirittura, avrebbe indotto Ali a chiamare il 112 per fare intervenire le forze dell’ordine per sedare la rissa. A raccontare quanto avvenuto e a indicare la zuffa del mattino come causa degli omicidi sarebbe stato lo stesso Ali parlando con un suo conoscente che poi ha riferito l’episodio agli investigatori.

Dopo la rissa, comunque, il gruppo si è messo in viaggio per andare a lavorare nei campi a Scanzano. Sulla strada del ritorno, poi, la strage. “Hanno dato alle fiamme ben cinque persone, uccidendone quattro e tentando di ucciderne una quinta, per futili motivi, con crudeltà e con premeditazione, dimostrando di essere in grado di esprimere una efferata violenza in assenza di ragioni plausibili” scrive il gip di Castrovillari, Orvieto Matonti, nel provvedimento con cui dispone la custodia in carcere per i due 31enni pakistani. E aggiunge che “in nessuna fase del procedimento, hanno mostrato in alcun modo segni di pentimento o di resipiscenza”. Nell’ordinanza, il giudice sostiene che hanno mantenuto “una ferma e glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli consumare dal rogo”.

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La ricostruzione che emerge dal provvedimento del gip, tuttavia, non ferma le indagini della Procura di Castrovillari che coordina il lavoro della Polizia. L’obiettivo è avere la certezza del movente, ma anche ricostruire il contesto lavorativo in cui la strage è maturata. Già nella serata di lunedì, dopo i fermi, la polizia ha sentito tutti i componenti dei due gruppi, afghani e pachistani, amici e conoscenti di vittime e indagati, prima di trasferirli da Villapiana e Trebisacce ad un altra località, insieme al superstite della strage, il 35enne afghano Mohammad Taj Alamyar, e a un suo amico che non si trovava sul minivan il giorno della strage perché ammalato. Secondo quanto emergerebbe fino ad ora, gli indagati sarebbero stati braccianti al pari delle vittime e non caporali nel senso classico con cui in Calabria si intende questo ruolo. Nella piana di Gioia Tauro, zona in cui il fenomeno è largamente diffuso per la presenza annuale di migliaia di immigrati impiegati nella raccolta delle arance che vivono ammassati in tendopoli spesso luogo di tragedie, il “caporale” è colui che la mattina, a bordo di un furgone “raccoglie” i braccianti e li porta sul luogo del lavoro ma rimanendo distante dai campi. Safeer e Raza, invece, avrebbero lavorato come le vittime che, però, avrebbero costretto a pagare somme di denaro per essere accompagnati.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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