Stefania Auci, l’autrice bestseller della saga dei Florio, ha continuato a fare l’insegnante di sostegno anche dopo il successo record de ‘I leoni di Sicilia’ e de ‘L’inverno dei leoni’ che hanno venduto oltre 1,5 milioni di copie. “Ai ragazzi dobbiamo dare gli strumenti per ragionare con la propria testa” ha detto a Pordenonelegge dove ha presentato l’ultimo capitolo della saga dei Florio, L’alba dei Leoni’ (Nord) che torna alle origini, prima dell’ascesa della famiglia e il libro per ragazzi, ma per tutti, ‘Cunti, storie, romanzi’ (Mondadori) in cui parla dei libri della sua vita. “Molte persone sono stupite che io non abbia lasciato la scuola. Vivere nella bolla dell’editoria è bellissimo, ma è una bolla. Rimanere nella scuola vuol dire rendersi conto che esiste una vita. Cerco di dare la priorità a quella che è la realtà della mia vita e mi rendo conto che ho detto cose che possono lasciare le persone un po’ stupite”. “Fino agli anni Ottanta-Novanta nessun genitore o quasi si sarebbe mai permesso di andare a dire a un docente: ‘Guardi che questa cosa non va’. Ma non è una lode del tempo passato, è il fatto che c’era ben chiaro all’epoca il confine e il mandato educativo. Il genitore faceva il genitore, l’insegnante faceva l’insegnante. Poi c’è anche il grande, spinoso problema della visione sociale degli insegnanti all’interno della nostra società. L’insegnante è visto come quello che deve gestire il ragazzino e purtroppo lui per primo si percepisce male, perché? Perché oggettivamente è pagato veramente poco. Noi siamo la categoria lavorativa tra le meno pagate in tutta Europa” ha sottolineato la Auci rispondendo alle domande dei giornalisti. “E’ mancato – ha spiegato – il legame tra la scuola e la famiglia, il dialogo non competitivo tra scuola e famiglia”. La formazione di lettrice di Auci si intreccia indissolubilmente con gli affetti familiari come racconta in ‘Cunti, storie, romanzi’. “Ero una bambina che non voleva mangiare e mia nonna allora mi raccontava storie per convincermi. Con questo libro ho riletto la mia infanzia, quando avevo 3-5 anni” ha raccontato la scrittrice che ha sempre dato importanza all’oralità e al dialetto. “Utilizzo tantissimo il dialetto in maniera consapevole. Lo faccio perché in determinati contesti il dialetto è quello che ci permettere di esprimere l’aspetto più affettivo ed emotivo”. All’autrice della saga dei Leoni interessa “raccontare storie e questo libro racconta la mia storia. La mia vita passa attraverso l’esperienza delle letture. In ogni passaggio, bello, brutto, posso dire che i libri mi hanno aiutata. Quando è morto mio padre a 30 anni mi sentivo una bambina abbandonata e Harry Potter è stata una consolazione. Per la morte di mia madre che è più recente sono stati d’aiuto Kolchoz di Emanuel Carrere e Lettere a mia madre di Simenon. I libri ci sono stati in passaggi importanti e posso dire esattamente quali ho letto in un determinato momento. Per questo provo grande gratitudine”. Anche determinati classici rispecchiano quello che siamo oggi, come nel caso dell’incontro tra Ettore, Andromaca e Astianatte nell’Iliade. Il gesto del padre che si toglie l’elmo per non spaventare il figlio e lo prende in braccio esprime “un’ emozione in cui ci ritroviamo ancora oggi. Quel libro ci parla ancora perché fa parte dell’umano”. A scuola quali libri si leggono con più frequenza? “Non quelli che ci aspettiamo. I ragazzi e le ragazze leggono romance e non ne parlano volentieri perché si vergognano del giudizio degli adulti”. Il terzo e nuovo capitolo della saga dei Florio ci porta a Bagnara Calabra tra il 1772 e il 1779, prima del trasferimento a Palermo, quando la famiglia è lontana dalla ricchezza e dal prestigio che avrà a Palermo”. L’atmosfera è “più selvaggia” dice l’autrice e il terremoto del 1783 segnerà uno spartiacque. La saga è conclusa davvero o potrebbe continuare con lo sviluppo magari di qualche personaggio? “Adesso è veramente conclusa, ma ho imparato – afferma -che non si può mai dire definitivamente nulla”.
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