L’Europa non può permettersi di perdere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale dopo aver già mancato quella digitale. È l’avvertimento lanciato dal commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis dall’Ecofin informale di Dublino, dove i ministri delle Finanze hanno discusso l’impatto dell’IA sull’economia insieme alla direttrice generale del Fmi Kristalina Georgieva. La posta in gioco è alta: secondo il Fondo monetario internazionale, circa il 60% dei lavoratori nelle economie europee avanzate è occupato in professioni fortemente esposte all’IA. In cinque anni, di contro, i guadagni cumulati di produttività per l’Europa – e anche per l’Italia stando al Fondo – potrebbero arrivare in media attorno all’1%. I punti di partenza, comunque, sono molto diversi. L’Italia al momento è nelle retrovie europee per grado di preparazione all’IA, mentre emerge ai vertici di una particolare classifica fiscale: quella degli incentivi agli investimenti in hardware che può sostituire lavoro.
“È importante che l’Unione europea non perda ora la rivoluzione dell’intelligenza artificiale”, che può avere effetti “ancora più trasformativi” sulla produttività e sulla distribuzione dei redditi, ha sottolineato Dombrovskis. “Se guardiamo alla precedente rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sostanzialmente la rivoluzione di Internet, si può dire che l’Europa abbia perso quell’occasione”. “Per dirla semplicemente, gli Stati Uniti hanno creato i giganti digitali, noi no”, ha aggiunto il commissario. Negli ultimi due decenni, ha ricordato, l’Ue è rimasta indietro rispetto agli Stati Uniti nella crescita della produttività, ma il ritardo è concentrato soprattutto nell’Ict: nei settori tradizionali dell’economia, compresa la manifattura, l’Europa resta invece “più o meno alla pari”. Bruxelles punta ora sull’AI Continent Action Plan e sulla strategia Apply AI per accelerare sviluppo e utilizzo dell’intelligenza artificiale nei diversi comparti dell’economia. Le stime presentate dal Fmi mostrano però anche quanto profonda possa essere la trasformazione del mercato del lavoro.
Circa il 60% degli occupati nelle economie europee avanzate lavora in professioni fortemente esposte all’intelligenza artificiale, contro il 45% nell’Europa emergente e il 40% a livello mondiale. Esposizione non significa tuttavia automaticamente sostituzione. Secondo il Fondo, circa la metà dei lavori maggiormente interessati riguarda professioni nelle quali l’IA può affiancare il lavoratore e aumentarne la produttività, come professionisti, giudici e dirigenti. Nell’altra metà, dove la complementarità è minore e la sostituibilità maggiore, il rischio di perdere il posto aumenta, in particolare per alcune mansioni amministrative e nel commercio al dettaglio. Il saldo complessivo sull’occupazione resta invece incerto.
Quanto all’Italia, guardando alle tabelle del Fondo, l’Italia è 21esima, ovvero nelle posizioni basse, della graduatoria europea sulla ‘AI preparedness’, l’indice che combina infrastrutture digitali, innovazione e integrazione economica, capitale umano, politiche pubbliche, regolamentazione ed etica.
Il rapporto mette però in luce anche un’altra particolarità italiana: l’Italia risulta il Paese con il maggiore vantaggio fiscale per l’hardware informatico tra le dieci economie evidenziate dal Fondo.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA




