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L’Italia tra paesi più longevi, 83,4 anni la speranza di vita

di Il Corriere Cultura - Redazione
08/04/2026
L’Italia tra paesi più longevi, 83,4 anni la speranza di vita

Continua a crescere la speranza di vita alla nascita in Italia, che con 83,4 anni si conferma uno dei Paesi più longevi al mondo. Tra il 1990 e il 2024 il dato è salito di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente, anche se con marcate differenze regionali: l’età mediana alla morte nel 2023 è stata pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 anni per le femmine, ma con una variazione che va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche. Ma se è vero che in Italia si vive di più, l’invecchiamento della popolazione pone nuove sfide sanitarie e sociali, legate all’aumento di patologie tipiche della vecchiaia (tumori e malattie cardiovascolari) e alla multimorbilità (la presenza simultanea di 2 o più patologie sulla stessa persona), che nel nostro Paese già interessa 13 milioni di individui.

È questo il quadro tracciato dall’Istat nel report ‘La salute: una conquista da difendere’, in cui viene ripercorsa l’evoluzione storica della longevità nel nostro Paese. Tra i fattori principali che hanno contribuito, storicamente, all’aumento della longevità media, il drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita, che nel 2023 si è attestata a 2,7 su mille nati vivi, uno tra i valori più bassi al mondo, mentre nell’Ottocento era di 230 su mille. I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un processo lungo, al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina e la diffusione dei vaccini. Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono via via consolidati.

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Ma insieme ai guadagni di longevità, in Italia è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana. I tumori sono passati dal 2-3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023, e le malattie cardiovascolari dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte. Aumentano anche i diabetici e gli ipertesi, non solo per via dell’invecchiamento della popolazione ma anche per le nuove capacità diagnostiche, la precocità dei controlli e la diffusione di stili di vita scorretti. Allo stesso tempo, negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025. La prevalenza delle persone in cattiva salute cresce con l’età, in particolare tra le donne, ma sono proprio le fasce più anziane ad avere registrato i miglioramenti più significativi: nel 2025 ha dichiarato di stare male o molto male quasi il 28% delle donne di 85 anni e più, tra le quali la quota si è dimezzata rispetto al 1995; tra i coetanei uomini la quota si è ridotta dal 39,5 al 17,2%, avvicinandosi a quella della coorte 75-84.

“Escludendo la parentesi del Covid, grazie a vaccini e antibiotici si muore molto meno per le malattie infettive e questo ha portato a un aumento della longevità – spiega all’ANSA Giovanni Rezza, epidemiologo e già a capo del Dipartimento della prevenzione del ministero della Salute -. Dopodiché l’invecchiamento di per sé comporta un aumento delle malattie cronico-degenerative, come tumori e malattie cardiovascolari”. Rezza sottolinea il ruolo centrale della sanità pubblica per affrontare il cambiamento demografico. “Abbiamo un Sistema sanitario nazionale che certamente è stato una grande conquista e speriamo, anche se in tempi di crisi, di mantenerlo in vita e in efficienza”, spiega l’esperto, che rileva tuttavia come “il fatto che la qualità dell’assistenza può essere diversa da Regione a Regione gioca un ruolo nelle differenze territoriali sull’aspettativa di vita”.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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