Tra le persone che hanno già ricevuto
una diagnosi di tumore e consumano quantità elevate di alimenti
ultra-processati vi è un aumento della mortalità, sia specifica
per malattia oncologica (+59%) che per tutte le cause (+48%),
rispetto a chi invece, pur nella stessa condizione di salute,
segue un’alimentazione più salutare. È quanto è emerso da uno
studio realizzato dall’Unità di Epidemiologia e Prevenzione
dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Isernia), con il sostegno della
Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro Ets. I risultati sono
stati pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers &
Prevention, dell’American Association for Cancer Research
(Aacr). Gli alimenti ultra-processati sono considerati poco
salutari per diverse ragioni. Spesso sono poveri di nutrienti
essenziali come vitamine, minerali e fibre. Inoltre nel corso
della lavorazione industriale sono spesso introdotti additivi,
quali aromi artificiali, conservanti, emulsionanti, oltre
livelli elevati di zuccheri aggiunti e a grassi non salutari, ai
quali l’organismo non è ben adattato. “Ciò che le persone
mangiano dopo una diagnosi di cancro può influenzare la
sopravvivenza – dice Marialaura Bonaccio, autrice principale
dell’articolo – ma la maggior parte delle ricerche condotte su
questa popolazione si è concentrata solo sui nutrienti e non sul
grado di trasformazione degli alimenti”. Nell’ambito del
progetto Moli-Sani Boccaccio e colleghi hanno seguito 24.325
individui – di età pari o superiore a 35 anni, residenti in
Molise, da marzo 2005 a dicembre 2022 – di cui 802 (476 donne e
326 uomini) che al momento dell’ingresso nello studio avevano
già avuto una diagnosi di tumore. I partecipanti sono stati
seguiti per un periodo di tempo di quasi 15 anni, al termine del
quale è emerso che coloro che consumavano in misura maggiore
alimenti ultra-processati avevano un rischio relativo di
mortalità per tutte le cause superiore del 48% e un rischio
relativo di mortalità per cancro superiore del 59%, rispetto a
chi limitava l’assunzione di questi alimenti nella dieta. Il
messaggio principale per il pubblico – commenta Licia
Iacoviello, responsabile dell’Unità di Epidemiologia e
Prevenzione del Neuromed e Ordinario di Igiene all’Università
LUM di Casamassima – è che il consumo complessivo di alimenti
ultra-processati è molto più rilevante del singolo alimento.
Concentrarsi sull’insieme della dieta, riducendo
complessivamente gli alimenti ultra-processati e orientando i
consumi verso cibi freschi, poco trasformati e preparati in
casa, rappresenta l’approccio più significativo e vantaggioso
per la salute. Un’indicazione pratica può venire dalla lettura
delle etichette: alimenti con più di cinque ingredienti, o anche
con un solo additivo alimentare, sono probabilmente
ultra-processati”.
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