Una ‘super app’ sul modello della cinese WeChat che offre funzioni di messaggistica, pagamenti, servizi digitali e governativi in un unico spazio. Sono le caratteristiche di Max, l’app ‘made in Russia’ alternativa a WhatsApp bloccata da poche ore nel paese perchè non rispetta le leggi, su cui il Cremlino sta invitando i 100 milioni di utenti del paese a trasferirsi. Aggiungendo così un altro tassello al disegno di autarchia tecnologica iniziato da tempo.
Max è sviluppata dall’azienda tecnologica VK, originariamente nota come VKontakte, il più grande social network russo fondato nel 2006 da Pavel Durov che in seguito ha abbandonato la società a causa di conflitti con Mosca e ha fondato Telegram. Oggi, VK è controllata da aziende di influenza statale.
Una versione di test di Max è stata lanciata a marzo 2025, dal settembre successivo l’app è preinstallata su tutti gli smartphone e tablet di nuova vendita in Russia. La piattaforma unisce funzioni tradizioni di chat (messaggi, scambio di foto e file, chiamate audio e video), all’eCommerce, pagamenti digitali, trasferimento di denaro e anche a servizi del governo russo come Gosuslugi che dà la possibilità di accedere a informazioni regionali, pagare tasse e scaricare documenti.
Una differenza sostanziale tra Max è altre app di messaggistica come WhatsApp e Signal è che non è dotata di crittografia ‘end-to-end’, cioè la tecnologia che rende illeggibili i messaggi nel passaggio da un utente ad un altro. “Associazioni per i diritti umani ed esperti di tecnologia sollevano preoccupazioni sulla sua sicurezza e privacy”, scrive Amnesty Internationl sul suo sito.
Il blocco di WhatsApp è il culmine di sei mesi di pressione sulla società statunitense e riflette una spinta più ampia da parte di Mosca di creare infrastrutture di comunicazione sovrane. Il sogno di autarchia digitale del paese parte da RuNet una intranet che ha iniziato a sperimentare nel 2019 per staccarsi dall’internet globale; per proseguire con diverse iniziative come NashStore e Rossgram, rispettivamente alternative ai negozi digitali occidentali e a Instagram.
Come riposta Bbc, secondo l’associazioneper i diritti digitali Na Svyazi, la Russia sta rimuovendo sempre più siti dalla directory degli indirizzi Internet gestita dallo stato, con 13 risorse popolari che mancano ora dal Sistema nazionale dei nomi di dominio tra cui YouTube, Facebook, WhatsApp, Instagram, Bbc e Deutsche Welle. Una volta rimossa una voce, il sito non si apre senza una Vpn, una rete privata virtuale, il cui uso è aumentato dall’inizio della guerra.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA





