Quando “sono stato attaccato ho
avuto la sensazione di sperimentare, prima il peggio
dell’umanità, incarnato dal mio aggressore, ma poi forse anche
il meglio, perché i primi a salvarmi la vita sono venuti dal
pubblico. Alcuni spettatori si sono precipitati sul palco e gli
si sono buttati addosso, impedendogli di continuare il suo
‘lavoro’, perché lui non si sarebbe fermato” e poi “mi hanno
dato un primo fondamentale soccorso”. Lo dice il grande
scrittore indiano naturalizzato britannico Salman Rushdie in uno
degli incontri di Cinema Cafè, al Sundance Film Festival dove
viene presentato in prima mondiale il documentario Knife: The
Attempted Murder of Salman Rushdie del premio Oscar Alex Gibney,
sull’attentato del quale è stato vittima il 12 agosto 2022 a
Chautauqua (New York) nel quale ha rischiato di morire e che gli
ha causato la perdita della vista di un occhio e l’uso della
mano sinistra.
Il film non fiction, nato in contemporanea all’omonimo
memoriale di Rushdie, Coltello: Meditazioni dopo un tentato
assassinio (Mondadori, 2024) ripercorre le fasi dell’attentato
compiuto quattro anni fa dall’allora 24enne Hadi Matar,
californiano di origine libanese, radicalizzato, che durante una
conferenza dello scrittore è saltato sul palco e lo ha
accoltellato più volte al volto, a un braccio e all’addome.
Gibney si concentra, anche grazie alle straordinarie immagini
inedite girate dalla moglie della scrittore, la fotografa e
poetessa Rachel Eliza Griffiths, sul recupero fisico ed emotivo
di Rushdie che si racconta anche in prima persona. Nella
conversazione al Sundance con il critico Justin Chang, l’autore
de I figli della mezzanotte, richiama il mondo “sempre più
polarizzato” di oggi e accenna alle violenze commesse dagli
agenti dell’Ice e a chi si gli si oppone: “Persino la Polizia di
New York ha fronteggiato l’Ice, che è un esercito privato di
gangster e delinquenti… chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo
trovati a celebrare la polizia per questo” dice sorridendo. In
un momento nel quale “in molti stiamo assistendo a incredibili
violenze, mi auguro che il racconto della mia esperienza possa
aiutare anche altri a confrontarsi con i propri traumi.
D’altronde uno dei motivi principali per scrivere un libro o
girare un film è proprio la speranza di far riemergere nella
coscienza delle persone qualcosa che per loro ha un valore”.
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